Quando arriva a casa la busta con un verbale, la cifra da pagare non coincide quasi mai con quella scritta accanto alla violazione. Sotto la sanzione c’è un’altra riga: le spese di accertamento e notifica, i soldi che l’ente si fa rimborsare per aver capito chi eri e per averti spedito la busta. In alcune città italiane quella riga da sola ha superato i 25-30 euro.
Su questa voce si concentra una delle ipotesi allo studio del ministero dei Trasporti. Va detto subito: oggi non cambia niente. Se hai un verbale in mano adesso, le spese che ci trovi sopra seguono le regole attuali. Quello che segue è un testo base in consultazione pubblica fino al 13 settembre 2026, da approvare entro il 14 ottobre e che difficilmente arriverebbe sulle strade prima del 2027. È una delle quindici ipotesi descritte nel nostro quadro sul testo base del Codice della Strada messo in consultazione dal ministero.
Da dove esce la riga in fondo al verbale
La cifra aggiuntiva non è una tariffa unica decisa a Roma: si compone di pezzi, e ogni Comune li mette insieme a modo suo. Il primo è la visura, cioè l’interrogazione degli archivi pubblici per risalire dalla targa al proprietario del veicolo: quelle banche dati oggi non sono gratuite per chi le consulta. Il secondo sono le tariffe postali, il costo materiale della raccomandata. Il terzo, il più elastico, sono gli oneri procedurali che l’amministrazione calcola per gestire la pratica.
Sommati, in alcune città questi tre pezzi hanno sfondato quota 25-30 euro sopra l’importo base, secondo la ricostruzione di Fleet Magazine. La rivista Quattroruote, che segue il tema da tempo, la definisce apertamente una stortura.
Il paradosso si vede guardando la parte del conto che si può misurare. Con Poste Italiane, spedire un atto giudiziario che non superi i 20 grammi costa 11,67 euro: è il listino applicato a partire dal 1 maggio 2026. È il pezzo più consistente e meno comprimibile, eppure resta meno della metà di quei 25-30 euro. Il resto è visura e gestione: è lì che la voce si è gonfiata, non nel francobollo.
Cosa si propone di togliere dal conto
L’ipotesi in discussione non mette un tetto: interviene prima, sulla natura stessa delle spese addebitabili. Riscrive cioè quali costi l’ente ha diritto di girare a chi ha preso la multa.
Il criterio proposto è che rientrino solo i costi effettivamente sostenuti per individuare il trasgressore. Fuori, esplicitamente, tre categorie che oggi possono finire nel conto:
- le apparecchiature di rilevamento, cioè l’autovelox o la telecamera che ha registrato l’infrazione;
- l’assistenza legale e il recupero crediti;
- la gestione amministrativa del procedimento dopo la notifica.
La conseguenza pratica tocca una prassi diffusa. Diversi Comuni affidano a società esterne il contenzioso sulle multe, e quel costo oggi può essere ribaltato sugli automobilisti; con le nuove regole l’amministrazione dovrebbe sostenerlo con risorse proprie. Un’altra testata che ha letto i documenti ministeriali riassume così: dalle spese amministrative di notifica sparirebbero apparecchiature, recupero crediti e assistenza legale.
Poi c’è la visura. Alle forze dell’ordine la proposta darebbe accesso gratuito a due archivi: quello della Motorizzazione civile e il PRA, il Pubblico registro automobilistico dove sono annotati i proprietari dei veicoli. Oggi ogni interrogazione si paga, a consumo o con un abbonamento forfettario, e il costo si riversa indirettamente sull’accertamento: rendendola gratuita, quella componente si azzera.
Da 30 euro a 3: come si arriva a quel numero
Tolte le apparecchiature, tolto il contenzioso, azzerata la visura, sul conto resterebbe una cosa sola: mandare fisicamente la busta. Secondo Quattroruote il risparmio sarebbe nell’ordine delle decine di euro, fino a 30 euro nei casi in cui l’accertamento risulta particolarmente costoso per la pubblica amministrazione, e la voce scenderebbe a circa 3 euro, quanto costerebbe la sola spedizione postale.
Tre euro sono però meno di un quarto degli 11,67 euro della raccomandata. Il numero regge solo se cambia anche come la busta arriva: è la seconda gamba della proposta.
Quando la busta diventa un messaggio
Qui entra SEND, sigla che sta per Servizio notifiche digitali: è la piattaforma con cui un ente pubblico ti recapita un atto in formato elettronico invece che per posta. Per chi ha già registrato lì una PEC — la posta elettronica certificata, che ha valore legale come una raccomandata — la tariffa è fissa: 2 euro, e l’atto arriva per via elettronica.
Il confronto è netto: 11,67 euro di carta contro 2 euro di posta certificata, circa 9 euro di differenza a verbale.
Oggi la via digitale è una possibilità per chi si è registrato. L’ipotesi allo studio la renderebbe la regola, con l’obbligo di domicilio digitale: un indirizzo elettronico ufficiale a cui la pubblica amministrazione ti raggiunge, come oggi ti raggiunge alla residenza. Una delle fonti che ha letto il testo base descrive la sequenza prevista per i verbali: SEND al domicilio digitale in via prioritaria e, quando questo manca, l’indirizzo di residenza.
Chi ha molti veicoli fa i conti in grande
Nove euro su un verbale sono nove euro; su un parco aziendale diventano un’altra cosa, ed è il motivo per cui la questione è seguita da chi gestisce flotte in proprietà o a noleggio. Su qualche decina di mezzi le spese di notifica accumulate in un anno pesano nel TCO, il costo per chilometro con cui le aziende misurano quanto costa davvero tenere un veicolo su strada.
Proprio qui, però, resta un nodo che il testo in consultazione non scioglie: come funzionerebbe il domicilio digitale quando il veicolo è intestato a una società di noleggio ma alla guida si alternano persone diverse. È uno dei punti che le associazioni di categoria porteranno al ministero nei mesi di confronto.
Cosa non è ancora deciso
Un dettaglio del pacchetto spiega perché la voce sia finita sotto esame insieme al resto. La riforma vincolerebbe la destinazione degli incassi: il 70% all’ente proprietario della strada per segnaletica, manutenzione e barriere, il 30% all’ente che accerta e notifica, proprio a copertura di quelle attività. Le due cose viaggiano insieme: da un lato si stringe su ciò che si può addebitare al singolo, dall’altro si assegna agli enti una quota fissa del gettito.
Nessuna di queste cifre è oggi una norma. I 3 euro sono la stima di un esito possibile se tutti i tasselli — esclusioni, archivi gratuiti, domicilio digitale obbligatorio — arrivano in fondo all’iter come sono entrati. Dopo il 13 settembre 2026 il ministero rilegge le osservazioni e riscrive: da quella riscrittura alcune ipotesi escono diverse, e vale per le spese come per tutte le altre proposte in discussione sul Codice.


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