Tassa sugli extraprofitti energetici, la partita europea

Tassa sugli extraprofitti energetici, la partita europea

Un taglio alle accise si vara in una notte, una tassa europea sugli extraprofitti no. Il precedente da 10,7 miliardi e il rischio di finire in tribunale.

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Prorogare per dieci giorni lo sconto sulle accise dei carburanti è costato al governo una sera di lavoro e un decreto. La misura di cui si discute per l’autunno, un’imposta europea sugli extraprofitti dei colossi del petrolio, è un problema di tutt’altra natura: non si scrive in una notte, e c’è il rischio concreto che, una volta scritta, finisca smontata dai tribunali. Capire perché aiuta a inquadrare da dove lo Stato dovrebbe tirar fuori i soldi per aiutare gli automobilisti ora che lo sconto sul gasolio è finito.

Che cosa sarebbe, in concreto, questa tassa

Un extraprofitto è, in teoria, il guadagno che un’azienda incassa non per merito proprio ma perché il prezzo di ciò che vende è schizzato in alto: nel caso dei petrolieri, gli utili gonfiati dai picchi del greggio. Quello di cui si parla a livello europeo è un “contributo di solidarietà”, cioè un prelievo straordinario sulla parte di utili che eccede una media calcolata sui bilanci degli anni precedenti. Su questa strada, spiega Sicurauto, la Commissione europea ha a lungo frenato: la politica fiscale resta competenza dei singoli Stati, e armonizzare ventisette Paesi con mercati energetici così diversi è tutt’altro che scontato. Negli ultimi tempi, però, qualcosa si è rimesso in moto: la volatilità delle materie prime e le nuove tensioni internazionali hanno riportato sul tavolo l’idea di una risposta comune, se non altro per evitare che ogni Paese vada per conto suo con regole fiscali diverse sui giganti dell’energia.

Ottanta volte il costo dell’ultimo sconto alla pompa

Per misurare la posta in gioco conviene guardare a ciò che è già successo. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, nel 2022, gli esecutivi di Mario Draghi, prima, e di Giorgia Meloni avevano introdotto prelievi straordinari sulla rendita energetica. Il gettito complessivo di quelle misure nel biennio 2022-2023, secondo le elaborazioni di Staffetta Quotidiana citate dalla stessa testata, ha toccato i 10,7 miliardi di euro.

È una cifra che dà la scala del problema. L’ultima proroga dello sconto sul gasolio, quella scaduta il 5 settembre, è costata allo Stato 130 milioni: l’incasso della vecchia tassa sugli extraprofitti, in due anni, ha superato di oltre ottanta volte il buco lasciato dall’ultimo intervento sul diesel. Detto altrimenti, sul piatto della bilancia europea c’è una posta enormemente più grande di quella dei decreti-tampone a cui siamo abituati.

C’è anche un dettaglio che chiude il cerchio: proprio quella proroga da 130 milioni è stata coperta anticipando quanto i grandi gruppi dell’energia devono versare sui propri dividendi, insieme a dieci giorni in più di credito d’imposta per l’autotrasporto. Lo Stato, insomma, attinge già agli utili del settore, ma in modo indiretto e limitato nel tempo. Una tassa europea servirebbe a rendere quel prelievo stabile e sistematico, ed è proprio la sua natura strutturale a renderlo giuridicamente scivoloso.

Il rischio che i soldi vadano poi restituiti

Il nodo è tutto nella definizione. Separare il guadagno “straordinario” da quello ordinario è complicato, perché una parte dei profitti dipende da investimenti fatti in passato e un’altra dalla ciclicità di un settore che alterna anni ricchi ad anni magri. Se quel confine viene tracciato in modo approssimativo, le società colpite possono impugnare la norma sostenendo di essere state discriminate.

Due aspetti in particolare, ricorda ancora la testata, mettono in allarme i giuristi. Il primo è la sovrapposizione con l’IRES, l’imposta ordinaria sugli utili delle imprese: sommare i due prelievi rischia di produrre una tassazione sproporzionata rispetto alla reale capacità economica dell’azienda. Il secondo riguarda le versioni della tassa agganciate al fatturato o all’IVA anziché all’utile effettivo, una scelta che già in passato ha sollevato dubbi di legittimità. E l’esperienza dice che una norma scritta male finisce in cause lunghe, al termine delle quali lo Stato è spesso obbligato a rendere quanto aveva incassato, mandando all’aria l’intera operazione.

Perché la partita si gioca a settembre

Ecco perché il tavolo europeo dei ministri economici, in agenda a metà mese, pesa più di quanto la parola “tassa” lasci intuire: da lì passa la differenza tra una misura che regge e una che si trasforma in un boomerang per i conti pubblici. Nell’attesa, la via più rapida per il governo resta quella già annunciata, cioè un aiuto mirato alle famiglie a basso reddito: ne abbiamo ricostruito i contorni raccontando cosa cambia ora che lo sconto sul gasolio è scaduto.

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