Accise sul gasolio, cosa succede ora che lo sconto è scaduto

Accise sul gasolio, cosa succede ora che lo sconto è scaduto

Lo sconto sul gasolio è finito il 5 settembre. Restano un bonus da 100 euro per chi ha redditi bassi e l’idea di tassare gli extraprofitti dei petrolieri.

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Il taglio applicato al gasolio, 17 centesimi su ogni litro, si è esaurito il 5 settembre, e da quel giorno alla pompa non c’è più nessuna rete di protezione pubblica. Il punto, però, non è la scadenza in sé, annunciata da settimane: è il vuoto che lascia dietro. In questi mesi lo Stato ha speso oltre 2,6 miliardi di euro per calmierare i listini, eppure nello stesso periodo chi guida ha pagato comunque miliardi in più del solito. È questa sproporzione a spiegare la piega che ha preso la discussione politica: non un nuovo taglio valido per tutti, ma un aiuto ristretto a chi guadagna meno, più l’ipotesi lontana di far pagare il conto alle compagnie petrolifere.

Per chi fa il pieno ogni settimana la domanda concreta è una sola: da adesso cosa cambia. La risposta breve è che i prezzi tornano quelli di mercato, senza correzioni dello Stato, e che le due misure allo studio non sono ancora legge. Vale la pena mettere in fila cosa è finito, quanto sono costati i pieni di quest’estate e cosa il governo ha davvero in mano.

Cosa è scaduto il 5 settembre

La misura finita venerdì 5 settembre era un decreto ponte, approvato dal Consiglio dei ministri il 26 agosto. Allungava di pochi giorni uno sconto già agli sgoccioli: pari a 17 centesimi su ogni litro di gasolio, mentre la benzina restava ad accisa piena. Le accise sono le imposte fisse che lo Stato incassa su ogni litro, indipendenti dal prezzo del greggio, e sul cartellino finale in Italia pesano più che in buona parte d’Europa.

Prolungare quel rinvio, spiega la ricostruzione di Autotecnica, è costato alle casse pubbliche circa 130 milioni di euro, coperti in parte con un anticipo del prelievo che i grandi gruppi energetici pagano sui dividendi, e con la proroga di altri dieci giorni del credito d’imposta a favore dell’autotrasporto. L’idea iniziale, riferita a fine agosto anche da Report Motori, era proprio quella di guadagnare una decina di giorni: giusto il tempo di superare il grosso del controesodo senza far esplodere i prezzi nei giorni di traffico. Un tampone, non una strategia.

Quanto è costato il pieno nell’estate 2026

Che l’estate sia stata cara lo dicono i numeri. Secondo l’ufficio economico di Confesercenti, che ha lavorato sui dati dell’Osservatorio prezzi del ministero, nei due mesi di luglio e agosto la spesa per i rifornimenti è cresciuta del 21% sul 2025, con un extra-costo che nel complesso può aver toccato gli 1,8 miliardi di euro. Dodici mesi prima un litro di verde costava attorno a 1,70 euro e il diesel 1,63; a fine agosto 2026 entrambi avevano ormai superato quota due euro.

Tradotto in un gesto quotidiano, il Codacons ha calcolato che riempire un serbatoio da 50 litri è arrivato a pesare circa 14 euro in più sulla benzina e più di 20 sul gasolio rispetto a dodici mesi prima. Sul rincaro ha pesato molto la geopolitica: la nuova tensione sullo Stretto di Hormuz, snodo cruciale del petrolio mondiale, ha spinto i listini proprio mentre finiva il precedente taglio di luglio. È un intreccio che avevamo già raccontato quando i prezzi hanno cominciato a salire, nell’analisi sull’impatto delle tensioni in Medio Oriente sui carburanti.

Il bonus da 100 euro per chi ha redditi bassi

La prima delle due misure sul tavolo è un bonus una tantum da 100 euro. Non sarebbe per tutti: l’ipotesi allo studio, riferita da Report Motori sulla base di indiscrezioni della Stampa, prevede di accreditarlo sulla carta “Dedicata a te”, lo strumento già usato per gli aiuti alle famiglie con reddito basso e riservato a chi ha un ISEE sotto i 15.000 euro. L’ISEE è l’indicatore che misura la situazione economica di un nucleo familiare mettendo insieme redditi e patrimonio.

Il ragionamento del governo è quello del cambio di rotta: invece di scontare le accise a chiunque, comprese le famiglie benestanti e le auto aziendali, concentrare le risorse su chi fatica di più a pagare il pieno. Restano due nodi aperti. Il primo è tecnico: come garantire che quei soldi finiscano davvero in carburante e non in altre spese. Il secondo è politico: si valuta di allargare la platea anche a taxi, partite IVA e imprese di trasporto, un’estensione spinta in particolare da Matteo Salvini. Nulla, per ora, è stato messo nero su bianco.

Cosa resta aperto: la tassa europea sugli extraprofitti

La seconda strada è più ambiziosa e molto più lenta. Sei Paesi, tra cui l’Italia, hanno rilanciato l’idea di un’imposta comunitaria sui profitti straordinari delle società dell’energia: un prelievo mirato sui guadagni fuori misura incassati dai colossi del settore nelle fasi di prezzi alle stelle, da usare per finanziare aiuti a famiglie e imprese. Il tema dovrebbe arrivare sul tavolo dell’Ecofin, la riunione dei ministri economici europei, in programma a Dublino il 18 e 19 settembre.

Sulla carta risolverebbe il problema delle risorse; nella pratica è la via più accidentata, tra difficoltà a definire cosa sia davvero un extraprofitto e rischio di ricorsi. Abbiamo dedicato un approfondimento a parte alla difficoltà di scrivere una tassa sugli extraprofitti energetici e a cosa insegna il precedente italiano del 2022-2023.

Perché il governo non ha semplicemente rinnovato lo sconto

Messi uno accanto all’altro, i numeri spiegano la scelta. L’ultimo rinvio è costato allo Stato circa 130 milioni di euro; nei due soli mesi caldi il sovrapprezzo pagato dagli automobilisti ha raggiunto, secondo Confesercenti, quota 1,8 miliardi. Sono cifre che misurano cose diverse — il costo del decreto ponte da una parte, l’intera bolletta estiva in più dall’altra — ma il divario resta impressionante: per ogni euro pubblico messo su quell’ultima proroga, il rincaro dell’estate ne valeva quasi quattordici. Con oltre 2,6 miliardi già bruciati dall’inizio dell’anno per tenere a bada i listini, un nuovo taglio generalizzato è diventato, nei conti del governo, semplicemente troppo caro.

Da qui la svolta verso una misura mirata, che però non è ancora scritta, e verso una tassa europea che dipende da un negoziato tutto da fare. Per chi guida, nel frattempo, la fotografia di inizio settembre 2026 è quella di partenza: prezzi lasciati al mercato, e due promesse ancora sulla carta.

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